14 anni dalla morte di Freddie Mercury. All’epoca avevo 12 anni e avevo appena iniziato ad ascoltare i Queen. Ricordo un pomeriggio passato davanti a Videomusic pronto a registrare tutto quello che passava.
Per non cadere nella più squallida retorica, vi propongo un viaggio sulla faccia nascosta del pianeta Queen. Conosciamo tutti i due Greatest Hits (come? Ce n’è un terzo? No, non mi pare affatto…), dischi che non possono mancare in una qualsiasi macchina. Come scrivevano Neil Gaiman e Terry Pratchett nel loro Good Omens, lasciate per troppo tempo una cassetta in macchina e si trasformerà in un Greatest Hits dei Queen. Ma in pochi sanno che i frutti più gustosi del quartetto inglese non si trovano tra quei solchi. Assolutamente. Dovete andarli a cercare da altre parti. Nascosti nei dischi, in mezzo ai singoli di successo. Fuori dalla scaletta del funesto “Live at Wembley”, prestazione mediocre pesantemente rimaneggiata in studio (ma il dvd resta mostruoso. Vedere come Freddie tiene in mano Wembley è uno spettacolo commovente).
Quella che segue è dunque una playlist che cerca di pescare un po’ da tutti i dischi del gruppo, dall’esordio fino al postumo “Made in Heaven” (mamma mia che titolo di cattivo gusto).
Ora che abbiamo addestrato i muli a portarci la musica e i film che interessano, non dovrebbe essere un problema procurarvi questa modesta e parziale selezione di brani. O gli interi dischi. C’è tanta di quella roba, specie nei primi cinque, da impazzirci!
Keep Yourself Alive: ovvero, cominciare dall’inizio è sempre meglio. La prima canzone del primo disco. Gran lavoro di Brian May alla chitarra, melodie accattivanti, assolo di batteria. Il manifesto per una via pop all’hard rock, in una manciata di minuti. (Queen I)
March of the Black Queen: IL capolavoro dei Queen. Intrecci di voci, intrecci tra pianoforte e chitarra, cori melodrammatici, hard rock, cambi di tempo e di tonalità, immaginario goticheggiante e romantico che pare uscito da una storia di Gaiman. Da antologia l’aggressiva parte vocale di Roger Taylor. Narra la leggenda che il nastro di questo disco venne sovrainciso talmente tante di quelle volte da diventare trasparente. (Queen II)
Stone Cold Crazy: una sfuriata rock assurdamente veloce, con un riff devastante al punto che anni dopo verrà coverizzata dai Metallica praticamente senza cambiare una virgola. Uno dei brani più pesanti mai composti da Mercury. (Sheer Heart Attack)
Death on Two Legs: i Queen avevano un manager che fregò loro una barcata di soldi. Loro, in discreto anticipo su invettive simili dei Sex Pistols, gli dedicarono questa simpatica canzoncina dove, tra le altre cose, gli suggerivano di suicidarsi. A parte il ritornello, credo che non ci sia un singola parte della canzone che si ripeta due volte. Il risultato è forse un po’ slegato, ma affascinante. (A Night at the Opera)
Take my Breath Away: una ballata barocca condotta dal pianoforte, monumento alle capacità di interprete di Mercury, che dà sfogo a tutto il suo repertorio di virtuosismi vocali. Ultra arrangiata, ultra prodotta, melodrammatica e romantica fino all’eccesso, un manifesto della pomposità delle composizioni del gruppo. Ma con in sottofondo una punta di ironia (i cori all’inizio fanno “Yu-uhu”, tanto per dire). Brian May ci mette del suo e a furia di sovraincisioni fa suonare la sua chitarra come un quartetto d’archi. Un capolavoro. (A Day At The Races)
Mustapha: la canzone più assurda che i Queen abbiano mai composto. Un canto da mezzuin elettrificato. I Queen fanno rockeggiare la casbah ben prima (e molto meglio) dei Clash. Sarei curioso di sentirla rifatta dai System Of A Down. Prima o poi mi procurerà quei filmati degli addestramenti di Al Qaida e la metterò come colonna sonora. (Jazz)
It’s Late: dramma in più parti (al punto che il testo è diviso in “scene”), una lunga cavalcata rock-blues nella fine di un amore. A parte un testo un po’ del cazzo, May e Mercury funzionano come una persona sola e si divertono da matti (come in tutto il disco) a fare gli americani. Uno dei brani più ingiustamente dimenticati della loro produzione, essenziale negli arrangiamenti e impreziosito da un ottimo coro a più voci nel ritornello. (New Of The World)
Need Your Loving Tonight: a volte, le “canzoncine” riservano grandi sorprese. O sono semplicemente piacevoli. In meno di tre minuti, John Deacon confeziona un gioiellino di rock a cuor leggero, che va dritto al punto senza perdere tempo. E già che sono i Queen, ci infilano in mezzo pure un gran pezzo solo vocale, tanto per gradire. (The Game)
Dancer: ovvero, quando Mercury cercò di convincere i Queen a buttarsi nella disco music, con appena cinque anni di ritardo sul botto. Questa canzone, scritta da May, è forse la migliore (su disco) di quel malsano esperimento. Un ritmo elementare, atmosfera notturna e viziosa, bel lavoro di chitarra, Mercury che gioca con i registri (all’epoca aveva iniziato a fumare per rendere più scura e rock la voce, cercando, pare un timbro alla Paul Rodgers, ovvero il cantante dei Free e dei Bad Company scelto da Taylor e May per il tour di quest’anno) e il tutto risulta all’altezza. Per la serie “e ora qualcosa di completamente diverso!”. (Hot Space)
Machines: ovvero “giochiamo a fare gli elettronici!”. Un’altra canzone stranina, in cui i sintetizzatori (entrati da poco nel suono del gruppo, dopo anni di ostracismo) duettano con le voci robotiche delle macchine che vogliono sostituire l’umanità. Sì, negli anni Ottanta i Queen avevano un po’ perso la bussola e andavano un po’ da tutte le parti. Questa è una delle più interessanti escursioni del periodo, una ricerca nell’elettronica un po’ più spinta di quella di “Radio Gaga”. (The Works)
Gimme The Prize: galvanizzato dall’idea di comporre per il film “Highlander” e dall’esplosione del metal di quegli anni, Brian May se ne esce con la canzone più strettamente metal tra quelle del gruppo. Non a caso, nel film viene usata come tema del cattivo. Mercury (che pare non volesse cantarla) tira fuori una voce della Madonna, gli altri lavorano alla grande e il risultato è ottimo. Pacchianissimi gli inserti di dialoghi ed effetti sonori del film e kitsch allo stato puro l’assolo “cornamusesco” di chitarra. (A Kind Of Magic)
Was It All Worth It: in mezzo all’affresco pop di “The Miracle”, questo brano è solo una figura sullo sfondo, a prima vista. In realtà è il miglior brano del disco, quello in cui più si respira l’aria dei primi anni del gruppo. Ancora una volta, è farina del sacco di May, che se ne esce con un riff semplice ma efficace che introduce un brano travolgente sul senso della vita rock and roll, reso ancora più drammatico dal fatto che Freddie si chiede se ne sia valsa la pena quando già gli è stato diagnosticato l’AIDS. Toccante. Per certi versi molto più dell’eccessivamente drammatica “The Show Must Go On”. (The Miracle)
Bijou: una canzone al contrario. Solitamente le canzoni sono cantate, per la maggior parte. E poi hanno un assolo strumentale nella parte centrale. Qua i ruoli si invertono. Su un tappeto di tastiere, Brian May tesse il suo assolo. Poi, a metà, è Freddie Mercury a intervenire cantando un breve testo dedicato a uno dei suoi gatti. Finale nuovamente di chitarra. Un gioiellino di composizione. (Innuendo)
Mother Love: e qui siamo alla fine. Sul serio. Di Mercury è rimasta solo la voce, ormai. E la usa come sa fare in questa canzone in cui implora il ritorno all’utero materno. Che la canzone sia tronca lo dimostra il fatto che a un certo punto intervenga May alla voce. Bella l’idea di inserire nella canzone un montaggio di frammenti audio che va a ritroso dai concerti di Wembley fino a “Goin’ Back” (cover registrata dai Queen agli inizi della carriera, con il nome Larry Lurex) per concludersi con i vagiti di un bambino. (Made in Heaven)



