Ok, basta.
Grazie a Splinder per avere accolto le mie cose dal 2004. Meno grazie per impedirmi di portarmele via in modo indolore.
Però siamo nel 2009 ed è ora di basta.
Quindi, ciao ciao buonipresagi.splinder.com, benvenuto buonipresagi.wordpress.com. Se non usate i feed, aggiornate i bookmark.
I libri letti nel mese scorso. Ho evidenziato quello che mi è piaciuto di più.
La canzone di Susannah – Stephen King (Sperling & Kupfer) Penultimo espisodio per la saga della Torre Nera, nel quale le cose prendono una piega meta-letteraria per ora ben gestita ma che potrebbe benissimo svaccare nell'episodio conclusivo. King sembra avere le idee molto chiare su dove andare a parare, però. Vedremo.
Sway – Zachary Lazar (Vintage)
Per fortuna l'ho preso in inglese, spendendo molto meno di quanto non avrei fatto con l'edizione Einaudi. Dico per fortuna perché se sulla carta l'idea era interessante (mettere in collegamento le vicende dei Rolling Stones e della Family di Manson attraverso Kenneth Anger e Bobby Beausoleil), il risultato è sostanzialmente deludente e piuttosto confuso. Restano delle belle pagine in cui Lazar si dimostra molto bravo a descrivere la musica (cosa non semplice) e poco altro. Bof.
La ragazza dei miei sogni – Francesco Dimitri (Gargoyle)
Comincia un po' in sordina: in parte perché la scrittura migliora solo da metà libro in poi e in parte perché la storia comincia come un classico romanzo "generazionale" (giovane incompreso, un po' frustrato, con le sue pene d'amore). Poi le cose iniziano a farsi più torbide e movimentate e il romanzo prende tutta un'altra piega. Non è un capolavoro, ma è piacevole. Dagon (che ritornerà anche in Pan) è un personaggio meravglioso.
Il cretino in sintesi – Fruttero & Lucentini (Mondadori)
Raccolta di articoli e raccontini ispirati al costume contemporaneo. Dico contemporaneo perché nonostante si tratti di testi risalenti in parte a trent'anni fa, sono sempre attualissimi. Spettacolare la polemica su un testo sulla Pasqua apparso sulla Stampa, raccontata a ritroso, vale a dire partendo dalle lettere di protesta e dalle repliche e tenendo per ultimo il pezzo inciriminato che, rispetto alla levata di scudi, è davvero poca cosa.
È stato un attimo – Sandrone Dazeri (Mondadori)
In vacanza dal Gorilla, Dazieri si dedica a una storia che in qualche modo mantiene i temi della sua serie principale (la labilità dell'identità, la critica alla società, il crimine come motore di tutto) ma che li reincarna in una storia dal sapore diverso, quella di un piccolo spacciatore di cocaina che dopo una botta in testa nei primi anni novanta si risveglia "oggi" che è un affermato e ricco pubblicitario, probabilmente implicato in un omicidio. Seguono tutta una serie di situazioni tendenzialmente grottesche e piuttosto divertenti, specie nelle scene in cui il protagonista cerca di mettersi al pari con l'attualità e i suoi strumenti. Sono belle anche le pagine in cui si racconta come è cambiata Milano negli ultimi quindici anni, molto sentite. Un bel libro, con una buona idea raccontata bene.
Macaronì – Francesco Guccini & Loriano Macchiavelli (Mondadori)
Era un po' che ci facevo la punta, ai romanzi di Guccini e Macchiavelli. Ed era un po' che non sapevo se fidarmi o meno. A giudicare da questo primo, avrei fatto meglio a fidarmi prima. Le voci dei due autori si fondono bene in qualcosa che è un po' più della somma delle due: c'è l'amore e la conoscenza dei luoghi (l'Appennino tosco-emiliano) che è di Guccini e la vivacità dei personaggi e della trama che è di Macchiavelli, il tutto ben amalgamato e omogeneo. La storia parla di alcuni omicidi consumati in un paesino dell'Appennino alla fine degli anni trenta, legati alle vicende di alcuni emigrati in Francia alla fine del secolo precedente. Non si tratta però di un romanzo ideologico: viene raccontata la stupidità del fascismo, la xenofobia nei confronti dei lavoratori italiani in Francia, ma i personaggi sono tutt'altro che macchiette monodimensionali.
Dexter il vendicatore – Jeffrey Lindsay (Gialli Mondadori)
Con le serie tv sono un disastro. Di Dexter ho visto le prime due puntate (la seconda in spagnolo, non mi ero accorto che non era in inglese) e poi basta. Così ho approfittato della ristampa nei Gialli Mondadori del primo romanzo per sapere come andava a finire quello che avevo visto. Lindsay non è certo lo scrittore più bravo del mondo: è un onesto professionista che ha avuto un'idea tutto sommato banale e che è riuscito però a mascherarla bene per tutto il romanzo, così che la rivelazione sull'identità del misterioso killer riesce a non sembrare il cliché che è. Ottima lettura da treno.
Non ho visto la puntata della settimana scorsa di Santoro. Ma ne ho viste abbastanza da quando è tornato in tv per immaginare come il nostro abbia gestito la cosa. Vale a dire confezionando un paio d'ore fatte per tranquillizzare chi già la pensa in un certo modo che tutto sta andando in un certo modo. La puntata di un paio di settimane fa sulla Sardegna era una cosa incredibile. Sono andato a dormire con la ferma convizione che il mattino dopo gli operai intervistati avrebbero fatto la rivoluzione e scacciato Berlusconi dall'Italia.
E invece.
Ma Santoro alla fine fa bene a fare quello che fa nel modo in cui lo fa.
Non è una rivelazione né uno scandalo dire che Santoro è vicino a Di Pietro (lo è dirlo nel modo in cui l'ha detto Cicchitto). In fondo è un suo diritto. E ci sono due modi di concepire il pluralismo: si può desiderare che le trasmissioni siano assolutamente e idealisticamente equilibrate (che mi sembra impossibile) o si può accettare che ci siano diverse trasmissioni con diversi orientamenti e che da questa pluralità uno sintetizzi quello che ritiene più corretto.
Per altro, se nella trasmissione si sono diffamate persone e/o organizzazioni, ehi, le querele esistono per quello. Ne sono arrivate dai diretti interessati? Sì, no? Boh.
Per contro, immagino che andare in giro a svegliare gente che dorme in macchina chiedendo "perché dorme in macchina?" o "come mai non avete mangiato? Non avevate fame?" (per tacere del vagolare tra le rovine brandendo orsacchiotti di peluche e preoccuparsi di organizzare collette per il Duomo con i cadaveri ancora caldi) sia grande giornalismo
Quello che non stupisce è che il terremoto sia diventato una buona scusa per ribadire una volta di più che non si disturba il manovratore. Che il giornalismo dovrebbe fare vedere solo le cose belle (tecnicamente si chiama "propaganda", allora). E che mettere in dubbio la perfezione della "macchina dei soccorsi" (espressione da abolire insieme a "gara di solidarietà") è disfattismo. Ma se la macchina dei soccorsi fosse perfetta, l'altro giorno non avrei visto un medico volontario dire che fa dei turni di 16 ore. S-e-d-i-c-i ore. Perché poi magari se dici che non tutto va benissimo sei costretto anche ad ammettere che è perché nessuno aveva approntato nulla nonostante ci fossero gli estremi per stare sul chi vive (e senza radon, che pure è una strada interessante in prospettiva; semplicemente erano mesi che la terra tremava). E allora poi che figura ci facciamo?
Invece, andiamo avanti, tanto siamo bravissimi a metterci una pezza. Se diventassimo più bravi a farci degli sbreghi meno grossi sarebbe una gran conquista.
A farne le spese, fino a un certo punto perché in fondo è una specie di medaglia, è Vauro.
Ora, Vauro andrebbe abolito dalla tv per il semplice fatto che le vignette lette e spiegate fanno cagare.
Che lo si faccia saltare per una vignetta assolutamente sobria è indice di ridicolaggine.
Opinionisti caricati a molla stanno già riempendosi la bocca di "limiti e confini della satira". Appena smetto di digitare sento i loro ingranaggi che si caricano, in lontananza.
Altri diranno "non fa ridere", "non si può fare comicità sui morti" o altre cose del genere.
Ma lo scopo della satira mica è far ridere. Tralasciando la voce di Wikipedia, che al momento è bollata come non neutrale perché "rifà eccessivamente alle visioni del comico Luttazzi, e presenta solo la satira antireligiosa parlando indefinitamente di censura", mi butto sul caro vecchio De Mauro online:
sà|ti|ra s.f.
TS lett. 1a composizione poetica che elabora con intenti moraleggianti e critici, aspetti, figure e ambienti culturali e sociali, con toni che variano dall’ironia, all’invettiva, alla denuncia: le satire di Orazio, di Ariosto | l’insieme dei componimenti satirici di un poeta, di una letteratura, di un’epoca: la s. latina, la s. moderna | il tono, il carattere che informa tali componimenti: la s. pungente di Giovenale 1b genere letterario cui appartengono tali componimenti 2 CO estens., scritto, spettacolo o anche comportamento, discorso e sim., che mette in ridicolo comportamenti o concezioni altrui: s. di costume, s. politica; fare oggetto di s., fare la s. di qcs., mettere in s.
Non mi sembra che ci sia scritto che la satira debba far ridere. Nel caso di Vauro la vignetta (e altre simili) non vuole far ridere. Collega una proposta di legge che potrebbe contribuire all'abusivismo edilizio con una tragedia causata anche dal fatto che negli anni passati si è già costruito a cazzo. La risata nasce, se nasce, come reazione a una specie di, boh, chiamiamolo imbarazzo.
Che poi nel senso comune "satira" sia sinonimo di "comicità" è tutto un altro paio di maniche. Ma visto che come diceva Quintiliano la satira è un genere letterario completamente originale delle terre in cui viviamo, pretendo che quando parliamo di satira lo facciamo con un minimo di attinenza al suo senso originale.
Sulla scia di un'intuizione nata vedendo Grillo su La7 la settimana scorsa, Nadif del tumblr Emmanuel Negro mi ha mandato una prima bozza del generatore casuale di cose che fanno negli altri paesi secondo Beppe Grillo, basato sul noto Polygen.
Dopo un minimo di lavoro sull'aggiunta di termini con cui formare le frasi, al momento la grammatica produce cose come queste:
A genova decidono i soldi negli asili! Italiani!
A cuba vendono la merda col radon! Vaffanculo!
In malesia riciclano il canone rai per alzata di mano! Italiani!
A brescia riciclano l'energia senza detersivo! Vaffanculo!
A genova studiano le scie chimiche coi blog! Vaffanculo!
In slovacchia estraggono le banche senza detersivo! Vaffanculo!
In latveria fanno la biowashball col radon! Italiani!
A brescia scaricano i paracarri da internet! Vaffanculo!
A cuba studiano la merda su skype! Italiani!
In angola puliscono le azioni telecom con l'aria! Italiani!
C'è ancora molto da lavorare, però la strada mi pare in discesa.
(è un pezzo molto lungo. Che le cose brevi finiscono altrove.)
Il piano è semplice: accompagnare B. in stazione a prendere il notturno per Monaco.
Siamo a Bologna, abitiamo in centro; non dovrebbe essere difficile.
Solo, la dotazione di due enormi valigie contenenti il necessario per il lungo soggiorno in terra germanica rende necessario chiamare il taxi.
Che arriva in fretta dopo la telefonata, segnando sul tassametro la mirabolante cifra di 7,90 euro: il massimo a cui può arrivare il diritto di chiamata in notturna, ma probabilmente "massimo" significa "standard". Più 2,50 di supplemento notturno (alle 22). Ci va bene che non ci aggiunga anche il supplemento di 0,50 centesimi a bagaglio pesante.
Intanto che la Bologna lucida di pioggia scivola via nel percorso verso la stazione, rifletto su due cose.
La prima è che una settimana fa ho visto un servizio delle Iene in cui l'inviato cercava di mettersi a vendere bottiglini di caffè Borghetti fuori dallo stadio Olimpico e veniva cacciato via e minacciato dai venditori già presenti. Che costituiscono una specie di "cartello", con tanto di divisione per zone e giorni. Più o meno la stessa situazione di società parallela che si riscontra nelle dinamiche dello spaccio della droga. La furibonda rivolta dei tassisti all'intenzione dell'allora ministro Bersani di aumentare il numero di licenze concesse era molto simile nella forma (e a volte nei modi) alla difesa dei propri spazi da parte dei venditori del servizio delle Iene. La società è frattale, ripete le stesse strutture su scala diversa.
La seconda cosa riguarda alcune bizzarre soluzioni commerciali trovate sul sito della società dei taxi:
Taxi collettivo
Le tariffe del taxi collettivo sono 2:
a) Una fissa di 3,50 € a persona, riguarda solo il tragitto stazione fiera e fiera stazione, viene organizzata dal personale addetto durante eventi particolari come quelli fieristici, con un equipaggio minimo di 3 persone.
b) L'altra tariffa collettiva prevede uno sconto del 60%, si applica a persona sempre con un equipaggio minimo di 3 persone. Si effettua da un unico punto di partenza per un'unica destinazione. L'importo visualizzato sul tassametro quindi e' cio' che ogni passeggero dovra' corrispondere.
Questa tariffa è sempre conveniente nel caso in cui l'equipaggio sia composto da persone singole che tra loro non si conoscono, in questo caso lo sconto è del 60% nel caso di coppia del 20%. Non è conveniente nel caso in cui vi sia un equipaggio di 4 persone composto da 3 persone che si conoscono più un estraneo, in tal caso il trio pagherebbe il 20% in più mentre è sempre garantito lo sconto del 60% per il singolo. Al momento, purtroppo, i tassametri non sono tarati per far un uso del taxi collettivo su più tratte, questo non significa però che non sia possibile, è sufficiente applicare il sistema che adottano alcuni ragazzi che escono dai locali lasciando una quota per il costo del taxi agli amici che continuano la corsa.
Come farà il tassista a stabilire se le persone si conoscono o no?
Comunque, alla fine pago al tassista 12,50 euri. Per 3 chilometri. Come dice la ricev... vabbeh, lasciamo perdere.
Ora, uno si domanda "ma come sarà la stazione di Bologna – uno dei principali snodi ferroviari italiani – alle 22,10"?
La risposta è: un deserto. Meglio: un inquietante deserto.
Non c'è niente. L'edicola è chiusa (anzi: le edicole, ce ne sono tre). Il tabaccaio è chiuso. Resta aperto il McDonald, ma l'hanno spostato un po' fuori, su una delle braccia laterali, così che il corpo centrale possa restare un desolato e sporco deserto.
Visto che siamo arrivati con giusto quell'oretta di anticipo (io ho il terrore di perdere il treno, per me è più o meno la norma) e fa freddo, ci infiliamo in sala d'attesa.
Descrivere la sala d'attesa della stazione di Bologna alle dieci di sera di una fredda giornata di una primavera che sembra autunno è come prendere la pillola rossa e vedere che cosa c'è dall'altra parte.
Se non hai un altro posto dove andare, in una sera del genere, la sala d'attesa della stazione è l'unico modo per starsene un po' al caldo. Per dormire buttati su una sedia. Ci sono italiani, ci sono stranieri. Bene o male ognuno sta per i fatti suoi, si tiene strette le sue cose. C'è una signora con un carrello della spesa pieno di scatole coperte da un lenzuolo. Un'altra signora, anziana, l'aria di chi sulla strada non ci sta da moltissimo, dorme seduta di fianco a noi, ha un sacchetto di carta, di quelli che danno i negozi di scarpe, nel quale credo tenga più o meno tutto quello che ha. A un certo punto il guardiano della sala d'aspetto va a svegliare un uomo che dorme sdraiato sul lungo mobiletto che separa l'area dei giochi per bambini dal resto della sala d'attesa, che non la prende bene. A voce alta rimprovera il guardiano di avere fatto una cattiveria, che poteva lasciarlo dormire che non dava fastidio a nessuno. Mentre l'uomo se ne va, la signora si sveglia di colpo, un po' spaventata. "E' l'ora che ci mandano fuori?" chiede un paio di volte. Lo chiede con il tono di voce di chi non vuole dare fastidio, di chi si scusa per essere d'impiccio. Le faccio una specie di cenno che vuol dire "no, no", ma di più non riesco a fare. Mentre se ne sta lì, un po' imbambolata dal sonno a guardarsi intorno cercando di capire meglio la situazione, provo a immaginare cosa possa avere portato una signora sulla settantina a vivere per strada. Preferisco non pensarci. Forse dovrei dirle, chiederle qualcosa. Ma non sono quel genere di persona, purtroppo.
In compenso riconosco un tizio che incrocio spesso la mattina. Ha i capelli e la barba lunghi e grigi, jeans stretti con sopra dei lunghi calzettoni da basket, giubbotto di jeans sotto al quale spunta un vestito estivo da donna a quadretti bianchi e gialli. Me lo ricordo bene perché una mattina mi è venuto incontro, in una via Marconi deserta, urlandomi addosso un torrente di lettere senza senso che suppongo dovessero formare delle parole.
Alla fine usciamo fuori dalla sala d'attesa per andare sul binario, dandoci il cambio con un pattuglione di sette-otto City Angels.
Penso che sia molto triste che una città con tutte le aspirazioni che ha Bologna abbia una stazione ferroviaria che alle dieci di sera diventa una specie di terra di nessuno, senza un negozio aperto, poco più che un dormitorio per gente che non ha altri posti dove andare. E che la mattina, quando di solito arrivo a prendere il treno, dorme nel corridoio che collega i due sottopassaggi. Ma penso che ancora più grave e triste sia che in una città come Bologna, con le sue vantate tradizioni, l'unica possibilità per gente che non ha niente sia di andare a dormire in stazione.
Per tornare a noi, la rinomata stazione di Bologna non dispone di scale mobili. Quindi il viaggiatore dotato di bagagli pesanti se li deve scarrozzare su e giù per le scale. Da qualche parte, su alcuni binari, ci dovrebbe essere un ascensore. Ma è un po' come il roc, il basilisco, il tarrasque. Creature mitologiche che tutti dicono di avere visto ma della cui esistenza non si hanno prove. A parte quelle curiose e realistiche statue in pietra di ferrovieri con i baffi e il borsello ritratti mentre indicano qualcosa per terra.
Poi, una volta sul binario, il viaggiatore può accomodarsi su comode panchine formate da una gelida lastra di pietra intanto che aspetta il treno, venendo deliziato dagli schermi LCD che mandano in loop gli stessi tre filmati di 15 secondi l'uno senza sosta. Con l'audio, ovviamente. Provate voi ad aspettare un treno che non arriva quando ogni 30 secondi parte lo spot della CGIL per la manifestazione e ditemi come ci si sente.
Già, perché intanto il treno non arriva.
Ci sono due treni, sull'orario, che vengono da Roma Termini: uno va a Monaco e arriva alle 22.50 per ripartire alle 23.05, l'altro va a Vienna e arriva alle 23,15. Entrambi sul sesto binario.
Ma dall'altoparlante continuano ad annunciare solo il ritardo di quello per Vienna. Tacendo del destino del treno per Monaco. Fino a che sul tabellone del binario non compare il treno per Vienna. "E quello per Monaco?" vi chiederete voi, perché ce lo stavamo chiedendo, in termini non molto urbani né molto rilassati, pure noi. Che tanto di personale delle Ferrovie, neanche l'ombra.
L'arcano ci viene spiegato da un altro viaggiatore, al quale l'avevano spiegato altri due viaggiatori, i quali evidentemente avevano avuto la rivelazione grazie all'uso della salvia divinorum. Per farla breve, nonostante sulla carta siano due treni diversi, con orari e numero diverso, i due treni sono lo stesso treno. In testa ci sono le carrozze per Monaco, dietro quelle per Vienna. A Verona o al Brennero avviene la scissione, come quei vermi che li tagli a metà ed entrambe le parti vivono.
Di per sé non è un'idea malvagia, si risparmia sicuramente qualcosa. Peccato che non venga rivelata all'ignaro viaggiatore (che a quel punto è già diventato un preoccupato e/o incazzato viaggiatore) fino a che il treno, formalmente per Vienna, non arriva sul binario.
E poi dopo aver caricato su le valigie, vado via prima che il treno parta, che una delle cose più utili che ho imparato da ragazzino è che guardare i treni andar via è molto peggio.
Otto ore dopo, sono di nuovo lì in stazione che come tutte le mattine prendo il mio treno per andare a Modena.
Come pendolare, sono fortunato. Il tragitto è breve e si svolge su una delle principali linee ferroviarie del nord, quindi non ci sono mai grossi casini.
Anzi. L'introduzione dell'alta velocità ha davvero migliorato la circolazione dei treni regionali, perché adesso i treni di fascia superiore viaggiano su un'altra linea e non ci sono più quei ritardi in stile ubi maior caratterizzati da godotiane soste in stazione in attesa che passi l'Eurostar. Ma, come detto, faccio parte di una specie privilegiata di pendolari. Se dovessi usare una linea minore (tipo la famigerata Porrettana o la Modena-Carpi), la situazione sarebbe molto più da terzo mondo.
Però c'è da dire che noialtri italiani siamo bravissimi uguale a creare situazioni ridicole e fastidiose allo stesso tempo. Per prima cosa, nessuno (a Bologna come in altre città) rispetta mai la norma di buon senso di tenere la destra nei corridoi e sulle scale. Con effetti devastanti, specie nel secondo caso, quando ti trovi con una fila centrale di gente che va in un senso e due file laterali di gente che va in senso opposto. La conseguenza è, chiaramente, che si va tutti più piano e si perde più tempo.
Ma il capolavoro, solitamente, prende vita quando arriva il treno. Io non ricordo quando è stato che mi hanno detto che prima di salire sul treno si deve aspettare che siano scesi tutti i passeggeri in arrivo. Visto che non lo ricordo, suppongo che me lo abbiano detto quando ero molto piccolo e che abbia interiorizzato bene la regola.
I miei compagni di sventura mattutina invece devono averla scordata. Lo spettacolo che si presenta all'arrivo del treno è desolante. Si tenga a mente che l'orario di arrivo è solitamente dieci minuti prima della ripartenza.
Lo spazio delle porte è largo 3x, dove x è grossomodo lo spazio che occupa una persona. Dal treno, in altre parole, in condizioni ottimali, in un intervallo di tempo t scendono 3 persone. Ma le condizioni ottimali non si verificano quasi mai, perché lo spazio che viene lasciato per la discesa è solitamente pari a 2x o, nei casi peggiori, x.
Se per disgrazia qualcuno si è attardato nello scendere, in modo tale che nell'intervallo di tempo t da uno segmenti x non scende nessuno, è la fine. Il più furbo di tutti è pronto a saltare sul treno lesto come un gatto. A quel punto quelli a dietro monta il panico di restare senza posto (o di doversi sedere vicino a un negro) e si accodano come un sol gregge all'idiota alfa. Il risultato è un caos informe che ha come unico effetto quello di danneggiare sia chi sale che chi scende, perché entrambe le operazioni vengono effettuate contemporaneamente, rallentando il processo (il multitasking richiede più risorse e rischia sempre di incasinare le cose).
L'intrufolamento precoce sul vagone può essere scatenato anche dal vedere che qualcuno dall'altra porta sta già salendo ("Ma insomma, lasciateci scendere!" "Oh, sono dieci minuti che scendete, di là stanno già salendo". Non mi sto inventando nulla. Ho davvero assistito a questo dialogo, una volta) o, peggio ancora, dal vedere che qualcuno è già salito dall'adiacente carrozza di prima classe (che avendo meno passeggeri si svuota prima) e sta già sedendosi.
Prendere il treno la mattina ti fa anche rendere conto dell'esatta portata dell'affermazione "gli italiani non leggono". Questa frase va intesa non solo nel senso di "non leggono libri e/o riviste e/o giornali". Gli italiani non leggono. Davanti a una qualsiasi sequenza di lettere, tirano dritto. E tirano dritto anche davanti a qualunque forma di comunicazione visiva che non contempli figure in movimento e/o musica. Basta vedere come ogni mattina ci sia il più furbo di tutti che prova ad aprire la porta del treno davanti alla quale non c'è nessuno, quella su cui c'è un foglietto giallo con su disegnata una porta attraversata da una barra diagonale e la scritta "porta fuori servizio" per rendersi conto come mai le concessionarie di pubblicità abbiano deciso di investire nei monitor lcd di cui dicevo prima, per fare pubblicità all'interno delle stazioni.
Che poi questa frenesia nella scelta dei posti è piuttosto ingiustificata. Il treno è piccolo. Posto si trova ed è scomodo stare più o meno ovunque perché tanto essendo sempre quasi alla capienza massima anche se trovi posto in uno di gruppi di quattro sedili hai qualcuno seduto davanti. Oppure puoi gustare tutto il sapore del gomito del vicino che legge il giornale (e un po' si offende, se non gli dici che è buono, anche se tu ci avresti messo un pizzico di sale in più e un filo d'olio a crudo).
Scendere dal treno a Modena presenta lo stesso problema della salita, ma visto dall'altra parte: bisogna scendere rapidi, compatti, senza lasciare troppo spazio tra te e chi ti precede, che altrimenti succede un casino. Il peggio è quando il venerdì sera torno a Bologna con il regionale per Ancona. Lì, ad attendere sul binario c'è una folla di fuorisede romagnoli e marchigiani che ha un contratto di affitto "settimana corta" (ma cosa fanno i tuoi coinquilini della tua camera, quando ti impongono per contratto la settimana corta? Un mistero che in più di dieci anni non ho ancora risolto) (un mio amico il primo anno era in un appartamento gestito con metodi dittatoriali da una padrona di casa che imponeva la settimana corta: venerdì pomeriggio dovevano lasciare la casa, potevano tornare solo la domenica dopo le nove) (non potevano nemmeno invitare gente a casa: la padrona li controllava dal palazzo di fronte dove abitava) (tutto questo meriterebbe un altro post). Quando va bene, sfili tra due ali di persone e il nervosismo è quasi palpabile, perché la porta del vagone è di quelle strette con i gradini e la lotta sarà furibonda. Quando va male, devi lavorare di gomito e di vaffanculo, per scendere.
A proposito di lavorare, in treno la mattina (e a volte anche la sera) non c'è solo gente che va a lavorare. C'è anche gente che lavora. E non sto parlando del "personale viaggiante" di Trenitalia. Ma di almeno un paio di gruppi di persone straniere dall'aspetto "zingaresco", per lo più ragazze, che girano per i vagoni chiedendo l'elemosina. Rispetto al mantra della metropolitana raccontato da Tommaso Labranca l'approccio è cambiato: in un vagone zeppo di gente con le cuffie nelle orecchie non funzionerebbe un accorato appello a voce alta. La tecnica usata oggi è mutuata da quella usata dai sordomuti che vendono gadget in pub e ristoranti: in silenzio, la ragazza passa e lascia un bigliettino fotocopiato, su cui solitamente c'è una foto indecifrabile di un gruppo di persone xeroxmorfate in macchie di inchiostro illeggibili e un testo che nessuno legge. Poi torna indietro e mentre recupera i foglietti tende la mano, che a volte contiene già delle monete che vengono fatte tintinnare tra di loro per spingere il passeggero a mettere mano alle sue, accompagnando il gesto con una richiesta verbale che spesso sfuma in un lamento borbottato inintelligibile, che sospetto a volte contenga anche non ingiustificati insulti.
Le cose che mi danno da pensare sono due. La prima è che queste persone odorano di legno bruciato. Ergo, nel 2009, a Bologna, cuore della ricca Emilia, c'è gente che vive in abitazioni, probabilmente baracche, riscaldate come capita. Che non è certo una sorpresa, però quando ti viene ricordata da degli esseri umani tutte le mattine attorno alle 7 e 30 fa una certa impressione.
La seconda è che mentre ogni mattina il rito si ripete identico e l'eccezione è quando nessuno ti chiede dei soldi, che invece passi il controllore è un evento rarissimo. Ma rarissimo davvero. Quindi non si potrebbe stipulare una qualche forma di accordo con queste persone per far sì che possano controllare anche i biglietti, già che ci sono? Sono rapide, efficienti, sanno gli orari meglio di chiunque altro e si muovono sul treno con la consumata rapidità e sicurezza di un'hostess d'aereo.
Ma la cosa che forse mi piace più di tutte della mia esperienza di pendolarino è un cartello che si trova su alcuni treni. Si tratta del più bel avviso che abbia mai visto, formulato in modo che è qualcosa che sta a metà tra il minaccioso avvertimento e la profezia. E mi piace perché si chiede di comportarsi bene prefigurando gli svantaggi che un comportamento scorretto avrebbe sulle uniche persone di cui ci interessa davvero qualcosa, noi stessi.
Dice: "non danneggiare la tua carrozza. Domani mattina tornerai a viaggiare".
Non è bellissimo?
(in realtà è bellissimo soprattutto il venerdì sera, quando puoi pensare "col cazzo" e dedicarti al più bieco vandalismo)
(in realtà in realtà sui treni che prendo di solito non c'è, quell'avviso. L'ho visto da qualche altra parte. Però avevo bisogno di chiudere questo pezzo in qualche modo)
Quindici anni fa Kurt Cobain decideva di farsi saltare la faccia con un fucile. Aveva già fatto le prove a Roma qualche settimana prima, ma con farmaci e alcol. Tornato a casa, ha scelto un metodo più sicuro ed è andata come è andata.
Si poteva scegliere una canzone meno sputtanata per ricordarlo? Aye, sir.
Aneurysm, per dire (vi ho mai raccontato di quella volta che non avevo ancora mai ascoltato incesticide, avevo 17 anni e volevo scrivere un riff "alla Nirvana" e mi è venuta fuori la stessa sequenza di accordi che apre quella canzone, come avrei scoperto un paio di settimane dopo?).
Però ne approfitto per proseguire la mia inutile sequenza di 25 canzoni per spiegare agli alieni che cosa è il rock, ferma da più di un anno.
E per dire che quello di Smells like teen spirit è l'unico attacco di chitarra, assieme a quello di Satisfaction, che ha il potere di incarnare univocamente un'epoca. Suoni le cinque note di Satisfaction e hai evocato gli anni sessanta, la Swinging London, l'Union Jack, la minigonna, i bus a due piani. Un potere evocativo concentrato in un fatto musicale così minuscolo, i Fab Four se lo sognano.
I quattro accordi su cui è costruita Smells sono la campanella d'inizio degli anni novanta. Quel trasandato "chuga chuga" nelle transizioni tra un accordo e l'altro, con quel suono così meravigliosamente Fender, è davvero il suono di un'epoca che inizia. Non è solo l'introduzione a una canzone, ma a tutti gli anni novanta.
Entra la batteria di Dave Grohl, forse il controtempo più famoso della storia del rock, e l'hair metal si dissolve nel nulla. Nella terra desolata della strofa, basso distorto e due note di chitarra che sembrano campane in lontanza si perde la patina fighetta del decennio precedente. Nessuno capisce bene che cosa diavolo dica Cobain nel ritornello (ma anche nella strofa: alcuni capirono "load up in drugs and kill your friends") e anche una volta che lo capiscono, non è che abbia molto senso; però il modo in cui lo dice è puro distillato di "teenage angst". E' il trionfo dell'aspetto comunicativo sul contenuto: chi deve capire, capisce. Arrivati all'assolo, un lamento che il flanger rende distante e alieno, puoi già sentire i primi grossi telefoni cellulari dei dirigenti delle case discografiche che squillano, i talent scout mandati in giro a tirare fuori dalle cantine e dai locali "alternative" quanti più musicisti di Seattle possibile.
Ma tutto questo, appunto, se tendete le orecchie, lo sentite benissimo anche solo nei primi accordi.
C'è poco da fare.
Quando uno è superiore, gli va riconosciuto. Quando uno è più bravo dell'altro a capire che cosa vuole la gente (o a capire che cosa la gente vuole credere di volere) è inutile lamentarsi.
Un paio di giorni fa, Franceschini ha dichiarato che lui non si candiderà alle Europee perché sarebbe una cosa solo di facciata e una presa in giro a chi vota, visto che al Parlamento europeo poi non sarebbe andato. E ha invitato Berlusconi e gli altri leader a fare altrettanto.
Berlusconi ha risposto che lui si candida. E ha rivendicato che le candidature di bandiera sono il dovere di un leader. Che sono un banco di prova della popolarità.
Se devo pensare la questioen eticamente, è chiaro che sono dalla parte di Franceschini (una frase che mai avrei pensato di scrivere). Io.
Più probabilmente, la questione verrà interpretata (un po' grazie alla potenza di fuoco mediatica di Berlusconi, un po' per la forma mentis dell'italiano) come una grande prova di coraggio di Berlusconi, opposta alla pavidità nascosta dietro sofismi politici di Franceschini.
Una grande prova di judo verbale, con la quale Berlusconi ha rovesciato su Franceschini la forza del suo attacco (che pure sembrava ben piazzato, e invece).
("Ma quindi stai lodando Berlusconi?" Sì. O meglio. Sto cercando di capire perché è così bravo a fare questo genere di cose. Che mi sembra la cosa migliore da fare per capire come lo si può battere. O quanto meno per capire in quali territori è il caso di provare a trascinarlo)
(ora come ora la risposta sui territori è "un campo minato". Ma temo che anche lì riuscirebbe a uscirne illeso)
Non amo guardare Santoro, però devo dire che è sempre istruttivo per rendersi conto della pessima, pessima idea che hanno del loro ruolo molti politici italiani.
Per esempio, ieri sera c'erano Michele Lupi e la Santanché.
Si parlava di piano casa, cementificazione delle coste in Sardegna, "crisi" e via discorrendo.
C'era Ferruccio Sansa, giornalista della Stampa, che raccontava alcune cose sul fatto che in Liguria i progetti di costruzione di nuove case sulla costa sono stati approvati indifferentemente da giunte "di sinistra" e "di destra", mentre ci sono qualcosa come 65.000 case sfitte in regione. A un certo punto Lupi, fiancheggiato dalla Santanché (secondo la quale le case sfitte sono tutte seconde case per le vacanze, perché si sa, in Liguria non c'è mica gente che ci vive e lavora, è solo una lunga serie di spiagge e paesini), lo ha interrotto chiedendogli: "ma lei, che fa il giornalista, trova solo cose brutte, in Italia? Non potrebbe parlare di quelle belle, invece?".
Sansa, invece di alzarsi e tirargli un pugno in faccia come sarebbe stato appropriato, se l'è cavata con una battuta sul fatto che non scrivendo per Playboy non deve occuparsi di cose belle. Decisamente, un pugno in faccia sarebbe stato più appropriato.
Poco dopo, Santoro, tanto per fare un po' di caciara, butta allo sbaraglio due ragazzi di un comitato che si oppone alla costruzione di un grattacielo progettato da Renzo Piano a Torino. La questione è effettivamente spinosa e forse non adatta a venire liquidata nei cinque minuti che Santoro concede, perché c'è stata qualche tempo fa una discussione sull'accuratezza delle proiezioni fatte dal comitato di opposizione sull'impatto dell'edificio sulla skyline e poi il tema di come far convivere nuove costruzioni con il pre-esistente è sempre interessante e taglia trasversalmente architettura, sociologia e urbanistica. Ma tanto, senza una foto, un disegno, una cartina, una contestualizzazione, finisce con la Santanché che interrompe a muso duro il ragazzo che stava parlando (dandogli del tu) accusandolo con l'arroganza che potete immaginare benissimo di essere contrario a tutto, che non ha capito nulla, che ben venga un simbolo per Torino ("e la Mole, scusi?"), che sono vecchi, che basta, che palle, che il passato che non passa e il futuro che non futa. A un certo punto ho scollegato mentalmente il contenuto contingente di quello che diceva e mi è rimasta l'essenza della cosa. E l'essenza della cosa era questa.
Una persona che, per meriti dubbi, fa parte (marginalmente, visto che La Destra alle elezioni ha preso schiaffi e il suo nuovo movimento è un clone di Forza Italia pronto a essere assorbito dalla casa-madare) dell'élite che è la classe politica del Paese stava esprimendo un'insofferenza per il fatto che delle persone che non appartengono a quell'élite esprimevano un dubbio e delle opinioni in merito a scelte che riguardano il luogo in cui vivono. Un'insofferenza che, per quello che mi riguarda, appartiene (dovrebbe appartenere) più che ai nostri tempi al mondo per reazione al quale scoppiò la Rivoluzione Francese. O al mondo della Restaurazione, se preferite.
Mi sembra che sempre di più chi ha dei ruoli di potere pubblico viva con insofferenza le critiche che vengono da chi dal potere è escluso, da chi ha delegato con il voto un potere che dovrebbe essere temporaneo. Mentre invece non è forse sbagliato, se usato con parsimonia, il termine "casta" che Rizzo e Stella hanno applicato alla classe politica.
Un altro esempio, dall'altra parte. Il Partito Democratico si è riunito a congresso.
Tra gli interventi ha avuto un certo successo, in rete, quello di Debora Serracchiani. Un'avvocato di Udine, giovane per la media della politica (38 anni), sconosciuta fino all'altro giorno, che ha messo il dito nelle piaghe del partito con una certa precisione, grinta e capacità oratoria. Sono pronto a scommettere che in quella che una volta si sarebbe chiamata "base" del Partito Democratico (che esiste, nonostante i suoi leader) di Debora Serracchiani ce ne siano molte e molti. E il fatto che lei abbia fatto notizia mette tristezza. Perché nell'assemblea di un partito che è uscito sconfitto dalle elezioni e non è riuscito in un anno intero a mettere insieme una politica di opposizione non dico efficace (che i numeri sono quelli che sono) ma coerente e sostenuta unitariamente, nell'assemblea di quel partito gli interventi lucidamente critici dovrebbero essere la norma, non un'eccezione. E invece il PD è semplicemente questo bizzarro moloch a due teste, attraverso il quale i pezzi grossi cercano di mantenere posizioni di potere e prestigio acquisite in precedenza e, in questo momento, pararsi il culo in vista della disfatta alle Europee.
E c'è un problema sistemico, di fondo. Perché se io alle elezioni avessi voluto votare una Debora Serracchiani non avrei potuto. Perché ovviamente prima di lei c'erano tutti quelli che dovevano avere un seggio. E solo dopo gli outsider. Con un meccanismo che sa di ricatto: "ok, se vuoi che i tuoi sfigati vadano in parlamento devi votarci, perché solo se ci votate in tantissimi ce la fanno". Con il risultato che un sacco di gente è andata a votare per mandare al parlamento la Binetti. O qualche altro pezzo grosso del partito, con attenzione alle quote DS e Margherita.
Con un sistema così, chiaro che non si va da nessuna parte.
Che il rinnovamento della classe politica sarà sempre relativo, perché il tuo salire di grado dipende sempre da chi sta sopra di te. Che ti sceglie se in te vede qualcuno che gli è simile. Come nell'università, si premia non tanto il merito quanto le capacità relazionali (per usare un eufemismo), di adeguarsi a un modello, a dei meccanismi.
Mobilità sociale, addio.
Gli ultimi saranno gli ultimi, se i primi sono irraggiungibili.
Più la politica mette le mani sull'informazione, più i giornalisti che raccontano solo "cose brutte" verranno lasciati a casa o le racconteranno solo a chi già le conosce.
Meno informazione vuol dire meno consapevolezza.
Vuol dire essere un po' meno cittadini e un po' più sudditi. E che siamo sudditi, poi, ce lo dice anche la legge che di fatto vuole rendere nullo qualunque testamento biologico, rendendo il corpo una proprietà dello stato.
La tratta dell'Alta Velocità ferroviaria tra Bologna e Firenze è stata costruita dalla ditta RockSoil, di proprietà della famiglia dell'ex ministro Lunardi.
Gran parte del percorso si svolge in galleria, visto che tra Bologna e Firenze ci sono gli appennini.
Esistono delle norme di sicurezza, per le gallerie: se non c'è una galleria di servizio – ovvero una galleria parallela più piccola usata per l'eventuale evacuazione in caso di incidenti o incendi – ci devono essere delle aperture sui lati che conducano a una via di fuga ogni 250 metri. Si tratta di una normativa dell'Unione Europea.
Che in Italia non abbiamo recepito, sostituendola con un decreto del 2005 a firma dello stesso Lunardi che le mette a "non più di 4 chilometri" l'una dall'altra. Stando a quando dice la giornalista di Metro Stefania Divertito (dal cui articolo di oggi vengono queste informazioni) sul progetto della galleria più lunga ne risultano anche di distanti 5 km tra loro.
I progettisti dicono che il sistema è modernissimo ed efficientissimo, che ci sono sistemi di frenata automatica che in caso di incidente faranno fermare il treno esattamente davanti alle finestre di uscita. E che il deragliamento è un'eventualità "talmente trascurabile da poter essere considerata impossibile".
Io spero con tutto il cuore che sia così.
E che prima o poi non ci tocchi leggere di incidenti in galleria con gente che si deve fare fino a due chilometri a piedi in una galleria invasa dal fumo.
Fossi in voi, mi procurerei al più presto quello evidenziato.
Considera l'aragosta – David Foster Wallace (Einaudi)
Forse Wallace andava proclamato patrimonio dell'umanità e protetto da se stesso. Lo dico un po' con l'entusiasmo del converso e con i limiti di chi finora ha letto la sua produzione di saggistica, però ne sono abbastanza convinto, perché la lucidità, l'ironia e la spaventosa intelligenza che emergono dagli articoli contenuti in questo libro hanno dell'incredibile.
Lunar Park – Bret Easton Ellis (Einaudi)
Inizia come un'autobiografia, che racconta il dietro le quinte della vita di Bret Easton Ellis e poi prende la strada dell'horror kinghiano, con l'inquietante che si insinua a poco a poco nella vita di tutti i giorni e la trasfigura per sempre. Un altro bel libro per l'autore americano. Peccato che Culicchia traduca "light sabre" con "spada di luce", quando si tratta della cara vecchia "spada laser".
L'assedio del Male – Lidia Colleoni (Baldini e Castoldi - Dalai)
Lidia Colleoni non esiste, ma è lo pseudonimo di un noto autore italiano. A me l'hanno detto prima che uscisse il libro, ma basta leggere poche pagine per capire chi è il vero autore. Credo sia giusto dirlo, perché saperlo dà al libro (un thriller di ambiente religioso con qualche venatura soprannaturale e una decisa caratterizzazione beghina) un gusto totalmente diverso: siamo davanti a un autore che inventa non solo una storia ma anche la voce dell'autore fittizio che la racconta. (più o meno lo stesso meccanismo del Signore della Svastica di Spinrad). In entrambi i casi non è un libro perfetto, ma nel secondo il tutto è molto più divertente. Comunque spero in seguito.
Metauro – Michele Petrucci (Tunuè)
Il criterio con cui parlo di fumetti tra i libri del mese è totalmente casuale, me ne rendo conto. Avrei dovuto metterci LMVDM di Gipi, che ho trovato bellissimo, per dire. Però non mi faccio sfuggire l'occasione di metterci questo volume (che sì, tecnicamente è una graphic novel, contenti?) di Michele Petrucci, perché sicuramente ha avuto molta meno visibilità del buon Gipi e se qualcuno si incuriosisce e lo compra io sono contento. Per due motivi: la Tunuè è una casa editrice che sta pubblicando un bel po' di robe interessanti (fumetti e libri sul fumetto) e Metauro è una storia molto bella, ben disegnata e ben raccontata. Parla della battaglia del Metauro (seconda guerra punica) e del rapporto con i luoghi in cui viviamo, con la loro storia. Petrucci ha uno stile molto personale e stilizzato, che riesce a raccontare molto e a costruire un mondo credibile con pochi tratti. Racconta fatti storici evitando l'effetto "storia d'Italia a fumetti di Enzo Biagi" (benemerita pubblicazione, va detto, ma non un capolavoro a livello di sceneggiatura) e mantiene la narrazione in un registro sospeso in perfetto equilibrio tra reale e fantastico.
Il manuale del cattivo – Francesco Dimitri (Castelvecchi)
Deludente manuale di auto-aiuto e miglioramento di se stessi, ha delle premesse interessanti ma purtroppo finisce per ripetersi già dopo i primi due capitoli. La cosa più interessante sono le schede dei cattivi in mezzo al libro. Dimitri mi sembra molto più a suo agio con la divulgazione del sovrannaturale e dell'esoterico che con questo genere di cose (anche se mi pare che qui e là nasconda un po' di Crowley...)
Diciamolo come va detto: Watchmen è un piacevole film di supereroi. Forse un filo noioso qua e là, ma piacevole.
Ci sono un po' tutte le cose che servono in un film di super-tizi: combattimenti fighi, qualche supercazzola tecnologica, tizi che sfondano i muri a mani nude, saltano come ninja, qualche momento di umorismo goliardico (la fiammata alla fine della scena di sesso) e via dicendo.
Peccato che Snyder si sia lasciato prendere dalle somiglianze tra Nite Owl e Batman e non si sia reso conto che non doveva girare Il ritorno del Cavaliere Oscuro ma Watchmen, E che al di là di una fedeltà commovente al fumetto spesa tutta in svariati dettagli sparsi qua e là abbia invece (lui e i suoi sceneggiatori) operato un discreto tradimento della natura più intima del fumetto di Moore e Gibbons. I personaggi del fumetto non sono dei superuomini. Sono persone con una vasta gamma di disturbi della personalità che trovano un loro equilibrio mascherandosi. E il più sano di tutti è quello apparentemente mentalmente più disturbato, Rorschach, proprio perché ha la chiara percezione di chi sia lui in realtà. Fanno eccezione Ozymandias e il Dr. Manhattan: il primo è guidato da un'ambizione e una dedizione alla sua causa che lo elevano al di sopra degli altri personaggi in modo assoluto, sia come capacità fisiche (nel fumetto sconfigge Nite Owl e Rorschach mentre sta seduto a tavola) che come interpretazione del suo ruolo di "difensore dell'umanità" (il delirante, ma logico, piano per ricomporre i conflitti terrestri).
Il Dr. Manhattan è invece una creatura virtualmente onnipotente portata alle sue conseguenze logiche, nel fumetto: con i suoi poteri apre una nuova era agli Stati Uniti permettendo la produzione su larga scala di batterie ad alto rendimento per le auto elettriche. E lo fa pochissimo dopo la trasformazione del povero Jon. Avergli tolto questo potere, nel film, rende Manhattan poco più che un grosso e svampito cretino azzurro, così come avere potenziato le capacità degli altri personaggi sminuisce Ozymandias (trasformato tra l'altro in un viscido e ambiguo figuro, cosa che non dovrebbe essere assolutamente).
Un'altra cosa che resta fuori dal film sono gli anni 80. Sembra di stare in un futuro vagamente cyberpunk, sensazione amplificata dai costumi fighissimi di Nite Owl e Ozymandias, dall'abuso di toni spenti e cupi. Sopravvive qualche frammento di feeling ottantiano nell'uscita a cena di Nite Owl e Silk Spectre, ma non è abbastanza per ricreare quell'atmosfera che nel fumetto era invece vivissima.
Il problema di fondo, comunque, è uno e uno solo: Alan Moore è un autore terribilmente preciso e minuzioso. Il suo metodo per suscitare nel lettore la fatidica "suspension of disbelief" è necessario immergerlo in un mondo il più possibile coerente e dettagliato, nel quale gli elementi fantastici, distopici, immaginari hanno ripercussioni logiche su tutto il resto. Un lavoro certamente e faticoso dei cui risultati Moore è gelosissimo, ma non per pura vanità intellettuale: il "senso" complessivo deriva dall'interazione tra l'intreccio e l'ambientazione e si regge su equilibri delicati. Basterebbe spostare un pezzo o due per scatenare ripercussioni su tutto il sistema.
Nello specifico, tutti i cambiamenti apportati alla storia e ai personaggi nel passaggio da fumetto a film non hanno comportato immediati, evidenti, enormi, stravolgimenti di superficie: anche il finale, in fondo, riproduce le dinamiche di quello del fumetto ed è coerente con l'aver reso, nel film, il Dr. Manhattan qualcuno che non aveva fatto poi così tanto per gli Stati Uniti. Ma lo stesso, nel senso finale, ci sono delle apparenti sfumature che sono andate perse; sfumature che però sono molto più che sfumature. Il fatto che Nite Owl (per intenderci: il nome e l'aspetto sono quelli di un personaggio creato da Gibbons da bambino) abbia la pancetta e sia goffo anche in costume non è una sfumatura; il fatto che il Comico torni sfregiato dal Vietnam non è una cosa secondaria. L'attacco alieno era il riferimento a una frase di Ronald Reagan. E a proposito di Reagan, non capisco perché cambiare lo scambio di battute finali: non è Reagan a candidarsi, nel fumetto, ma Robert Redford. Magari è un errore di chi ha tradotto l'edizione italiana, magari invece voleva essere una citazione a un dialogo di Ritorno al futuro.
Però mi fa pensare a una cosa che ho letto qui: Watchmen è un fumetto che si rivolge a un pubblico, tutto sommato, ristretto. Il suo lettore ideale è qualcuno che ha tempo e voglia di leggersi 400 pagine di fumetto con 11 inserti testuali non brevi. 400 pagine sceneggiate con un frequente ricorso a didascalie che parlano di un'altra cosa rispetto all'azione mostrata nella vignetta, con una storia frammentata e i cui tasselli sono sparpagliati in un'infinità di dettagli. Una storia che, tra l'altro, finge di essere una storia di supereroi per parlare in realtà di un sacco di altre cose contemporaneamente. Watchmen è stato un grandissimo successo dell'editoria a fumetti ed è anche riuscito a travalicare quei confini, ma se pensiamo ai numeri che deve fare un film con una grossa produzione alle spalle per rientrare degli incassi, temo che siamo su ordini di grandezza differenti.
E infatti il film è un film di supereroi giusto un po' più beffardo di molti altri nel finale, ma nel quale molti degli angoli e delle complessità dell'originale sono stati ridotti.
E, attenzione, forse non si poteva neanche fare altrimenti.
O forse sì: forse si poteva fare tesoro delle sagge, bartlebyane, parole che Moore rivolse a Terry Gilliam quando gli chiese come avrebbe fatto lui il film di Watchmen.
"Non lo farei".
Questa la metà inferiore della prima pagina di Metro, giornale gratuito, oggi.
Sotto, si parte parlando del fatto che una puntata della nuova stagione dei Simpson in onda negli USA parte dallo sfratto di Homer e famiglia per l'impossibilità di pagare il mutuo e poi, con la massima naturalezza, si cambia discorso: "Intanto in Italia aggiungere stanze, alzare soffitti, coprire terrazze sarà più semplice. Il Piano casa del governo punta a rilanciare l'economia stimolando l'edilizia".
La cosa curiosa è che il decreto-casa del governo sembra assolutamente uscito da una puntata dei Simpson (pensate al riassunto sulla guida tv: "Approfittando di una legge pensata dal sindaco Quimby per dotare la sua villa di un'ala destinata alle sue amanti, Homer decide di abbattere casa sua per ricostruirla più grande...")